DOPO IL 4 DICEMBRE

Referendum, Sicilia allineata al resto d’Italia: il 62,37% dei ragusani ha votato no

Il premier Matteo Renzi annuncia le sue dimissioni: “Volevo cancellare le troppe poltrone della politica. Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia”. Intanto gli oppositori esultano e chiedono di andare subito ad elezioni

Gli italiani non hanno dovuto aspettare molto per conoscere i risultati di un referendum che è stato negli ultimi mesi al centro di qualsiasi dibattito, politico e non. La vittoria del no è stata netta ed inequivocabile in tutte le regioni, escluse la Toscana e l’Emilia Romagna dove i più hanno messo la croce sul sì.
Anche in Sicilia il voto si è uniformato al resto della Penisola: nel nostro comune di Ragusa, dopo la chiusura dei seggi alle 23.00, sulla base dei dati forniti telematicamente dai rilevatori dislocati nelle 71 sezioni elettorali, la percentuale complessiva dei votanti è stata del 64,12%. 
Gli elettori che hanno votato per il sono stati 13.919 pari ad una percentuale del  37,63 %, quelli che hanno votato per il no sono stati invece  22.907  pari ad una percentuale del 62,37 %. Le schede bianche sono state 77,  quelle nulle 232.

Il premier Matteo Renzi non ha perso tempo, poche ore dopo aver appreso la notizia della sconfitta ha annunciato le sue dimissioni chiarendo, prima, di essere orgoglioso di aver dato l’opportunità ai cittadini italiani di esprimersi in merito a un cambiamento che alla fine, nonostante tutto, non avverrà. Non perlomeno come avrebbe sperato: “Questa riforma è quella che abbiamo portato al voto. Non siamo stati convincenti, mi dispiace, però andiamo via senza rimorsi, perché se vince la democrazia e vince il no, è anche vero che abbiamo combattuto la buona battaglia con convinzione e passione.  Come era evidente e scontato dal primo giorno, l’esperienza del mio governo finisce qui. Credo che per cambiare questo sistema politico in cui i leader sono sempre gli stessi e si scambiano gli incarichi ma non cambiano il Paese, non si possa far finta che tutti rimangano incollati alle proprie consuetudini prima ancora che alle proprie poltrone. Volevo cancellare le troppe poltrone della politica: il Senato, le Province, il Cnel. Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia.
 
Intanto gli oppositori esultano e chiedono di andare subito ad elezioni, forse un po’ utopistica come richiesta, a meno che non si voglia andare alle urne con l’attuale legge elettorale. Chissà se l’Italia è pronta ad affrontare una nuova campagna dai toni che potrebbero essere, forse, più aspri ancora della campagna referendaria appena terminata. Inizia così, mille giorni dopo la caduta del governo Letta, una nuova crisi di governo.
  

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